il racconto è tratto da fatti realmente accaduti, i nomi delle persone e dei luoghi sono stati cambiati. Le serate estive al bar sono spesso una noia, soprattutto in una città nel bel mezzo della pianura padana, troppo lontana dal mare in estate e dalla montagna in inverno.
La scuola è finita, le serate con gli amici diventano più lunghe e tornare presto la sera, da tempo non è più un problema.
Alcuni credono fu l’apatia, altri pensano ad un banale pretesto per restar solo con le ragazze, a far balenare nella mente di Stefano quella strana idea. I quattro ragazzi, seduti davanti alle loro birre, ascoltavano affascinati la proposta dell’amico.
L’idea: passare la notte in una villa abbandonata appena fuori città. E’ conosciuta da quelle parti, la gente del posto evita persino di passarci davanti, quando i bambini chiedono ai genitori di quella casa, loro cambiano puntualmente discorso.
Stefano raccontava come durante alcune ricerche in biblioteca, si era imbattuto in un articolo di cronaca dei primi anni 20; oggetto erano le misteriose vicende accadute in quella casa. Vi abitava una famiglia benestante ma sfortunata. La figlia non era nata, diciamo, del tutto normale. La bambina doveva essere continuamente seguita, i suoi problemi necessitavano di continue cure ed attenzioni. La vita dei genitori divenne presto un vero e proprio inferno. Durante le notti la figlia diveniva preda di violenti attacchi isterici, le sue grida lancinanti terminavano solo il mattino e spesso, di notte, accadevano fenomeni inspiegabili. I genitori si vedevano costretti a legarle mani e piedi al letto, per evitare che si facesse male da sola. Si racconta come una volta venne trovata a terra esangue, si era procurata, usando le sole unghie della mani, alcune profonde ferite allo stomaco con l’idea di fare uscire qualcosa che, diceva, albergava dentro di lei.
La piccola passava da un istituto all’altro ma i medici si rifiutavano di procedere in cure che non davano alcun effetto. Disperati i genitori chiesero aiuto alla chiesa, ma anche l’intervento di un prete venuto appositamente da Roma fu vano. Dopo un giorno e una notte di preghiere, ne uscì preso da uno stato confusionale, venne ricoverato in ospedale e la diagnosi fu: demenza senile fulminate.
Tutto ebbe fine quando una notte, i due genitori, presi dalla disperazione, rinchiusero la bambina dentro l’armadio della camera da letto; fatto ciò, appiccarono fuoco alla casa. Quando i pompieri misero fine all’incendio, trovarono il corpo orribilmente ustionato della bambina: era ancora viva. Nella porta chiusa a chiave, si potevano vedere conficcate nel legno le sue unghie, perse durante il vano tentativo di fuga. La bambina morì durante il trasporto in ospedale. Il tempestivo intervento dei pompieri permise alla polizia di rivelare il piano dei genitori. Vennero accusati di omicidio e messi in carcere. Tuttavia, non vi restarono che una notte, la mattina entrambi i corpi vennero trovati completamente carbonizzati. Gli inquirenti archiviarono il caso come rarissimo fenomeno di autocombustione.
Tutti erano presi dall’iniziativa, tranne Andrea, che del gruppo era l’anima debole, di carattere non particolarmente avvezzo alla libido del rischio e spesso schernito per tale motivo. Non credo per i convincimenti degli amici, forse più per la presenza di Raffaella, deglutendo una grossa quantità di saliva, anche Andrea proclamò il suo “Si, ci sto!”.
Prese le biciclette ed armati di torcia elettrica, in pochi minuti arrivarono a destinazione.
La casa era una di quelle ville padronali. Grandi sale si aprivano al piano terra mentre un ampio scalone centrale conduceva a lunghi corridoi pieni di stanze posti al piano superiore. I segni dell’incendio erano ancora evidenti, le pareti annerite dalla fuliggine, ma la struttura restava solida.
Immersi nel silenzio della campagna, i ragazzi con lo sguardo volto verso l’alto, osservavano il fronte principale della casa. Tutti restavano in silenzio. Raffaella spostava il cerchio luminoso prodotto dalla sua torcia elettrica, passando da finestre in finestra ammirandone i decori. All’improvviso il silenzio venne rotto da un grido acuto, Raffaella si era appena stretta in un abbraccio a Claudio. Le era parso di scorgere una figura nera affacciarsi furtivamente alla finestra per poi sparire un attimo dopo. Gli amici scoppiarono in una grossa risata, forse per mascherare quel poco di paura che si stava insinuando nei loro cuori. Andrea cercò di farsi forza, e per acquistare il consenso degli amici, iniziò a burlarsi di Raffaella sostenendo che si trattava solo di suggestione. Claudio diede man forte nello scherno, mentre Elena e Stefano cercavano di dar coraggio alla ragazza.
Entrarono. Il salone centrale era rimasto intatto, come gran parte del piano terra, l’incendio si era propagato principalmente nelle stanze da letto poste al piano superiore. Passarono in un secondo salotto, più piccolo del precedente ma con il mobilio perfettamente conservato da bianchi lenzuoli che lo proteggevano dalla polvere. Elena e Stefano ne fecero la loro alcova, spingendo a forza gli indesiderati fuori dalla stanza.
Claudio propose ai due amici rimasti di visitare il piano superiore, nell'intento, forse, di trovare la stanza dove era stata rinchiusa la bambina. Raffaella si mostrò entusiasta, Andrea meno. Iniziò ad illustrare come l’edificio potesse essere pericolante, ma quando Raffaella propose a Claudio di andare soli, subito cambiò idea e si unì al gruppo. Arrivarono in un lungo corridoio. Una serie di stanze si aprivano ai lati su due lunghe pareti dove la fuliggine lasciava intravedere una carta da parati avvizzita dall’umidità. Le torce elettriche illuminavano il fondo del corridoio, si intravedeva una porta dove la pittura, probabilmente una lacca, si era scomposta in tanti riccioli che alla luce della torcia parevano artigli. Forse proprio la stanza che stavano cercando. Qualche scricchiolio accompagnava i passi dei tre amici, stretti nella lenta passeggiata lungo il corridoio.
Prima udirono un sibilo acuto, poi, d’un tratto, tutte e tre le torce elettriche si spensero, lasciando al buoi i tre sventurati. Claudio se la prese con Andrea per non aver controllato le batterie, Andrea con Claudio per averlo trascinato in quel luogo. Mentre i due litigavano, Raffaella con l'orecchio teso li intimò di zittire. In fondo al corridoio si udì uno stridio, come i cardini di una vecchia porta che da tempo non viene aperta, rumore seguito da un strano strascicare di passi che volgevano lentamente nella loro direzione. Con il cuore stretto in gola: “Stefano? Elena?” gridarono i tre; unica risposta fu un attimo di silenzio seguito da alcuni rantoli, poi una voce, rauca ma distinguibile: “venite a giocare con me?”. Claudio impietrito dal panico cercava affannosamente di riaccendere la torcia, mentre quella “cosa”, che nel suo movimento disarticolato ricordava quello del ragno, si stava lentamente avvicinando. La paura prese il sopravvento ed i tre si misero a correre alla cieca, fuggendo in diverse direzioni.
Andrea trovò rifugio in una delle tante stanze, serrò la porta con due giri di chiave. Rimase per qualche attimo con la schiena appoggiata alla porta. Il respiro era diventato corto, l’adrenalina aveva consumato quasi tutto il suo ossigeno. Appena ripreso fiato, cercò di cacciare dalla mente l’immagine che aveva intravisto nella penombra, una creatura strisciante di forma umana, il viso coperto da sporadiche ciocche di capelli neri. Presa una candela poggiata su di un tavolo, la accese con alcuni fiammiferi che portava in tasca. Si guardò intorno, la stanza era piuttosto grande, un letto era posto al centro e dai quattro angoli pendevano fasce di corda che terminavano con fibbie metalliche. Pupazzi e bambole, coperti di muffa e ragnatele orlavano le quattro pareti, ed una vetro rotto incorniciava una fotografia che raffigurava due persone: la donna teneva alle braccia un infante. Si trovava nella stanza della bambina, poteva con la coda dell’occhio vedere l’armadio in lacca color rosa, dove era stata rinchiusa. Con un movimento rapido si affacciò alla finestra, presto si rese conto che data l’altezza non vi era alcuna possibilità di fuga. Osservando la luce del lampione sulla strada, si accorse che delle cinque biciclette non ve ne era più rimasta nemmeno l’ombra. La prima cosa che gli balenò nella mente, fu quella di essere rimasto solo mentre tutti i suoi amici si erano dati alla fuga; tuttavia, questo non spiegava la mancanza della propria bicicletta. Il silenzio fu rotto da alcuni rumori fuori dalla stanza, sembrava che qualcuno lo stesse cercando. Con l’orecchio poggiato sulla porta, Andrea capì che i rumori erano giunti esattamente lì davanti. Il panico aveva ottenebrato la ragione del ragazzo, il quale in un disperato tentativo di convincersi che tutto si trattava di uno scherzo, urlò a gran voce i nomi dei suoi compagni, nella speranza che fossero loro al di là della porta. I rumori cessarono di colpo, ed un lunghissimo minuto il silenzio fu rotto da una lieve risata; risata che repentinamente si trasformò in un ghigno dai suoni acuti e pungenti. Andrea si allontanò e nel panico spense la candela.
In quel momento la risata cessò, subito sostituita dal rumore di unghie che affannosamente stavano cercando di scalfire la porta. Andrea non vedeva che il buio e le sue orecchie udivano solamente le unghie che grattavano via via i vari strati del battente. Afferrati i fiammiferi cercò di domare il panico; doveva assolutamente riaccendere la candela. Dopo tre tentativi andati a vuoto, il quarto riuscì. Appena la luce della fiamma irradiò l'ambiente le unghie cessarono il loro lavoro. Andrea appoggiò a terra la candela, per rannicchiarsi in un angolo della stanza. Continuava a ripetere ossessivamente a se stesso che quello che stava vivendo non poteva essere vero.
Un tintinnio acuto lo distolse dai sui pensieri, quando si accorse che la chiave posta nella serratura dell’armadio era appena caduta ai suoi piedi probabilmente spinta dall’interno. I rantoli ripresero, ma questa volta provenivano dall’interno dell’armadio. Con un leggero scricchiolio la porta dell’armadio si schiuse.
Fu a quel punto che iniziarono le voci, voci flebili, vellutate, erano le voci dei suoi amici che lo stavano chiamando. Le voci provenivano esattamente dall’interno dell’armadio. Dalla fessura appena aperta si videro uscire alcune dita che divennero mani, poi braccia. Mani e voci lo chiamavano, dicevano che si trattava di uno scherzo, che era tutto finito. Andrea, con la mente ormai sconvolta dalla paura, cercava a tentoni di avvicinarsi all’armadio, mentre ad ogni passo chiedeva:“siete voi?”. Ormai ipnotizzato dal suadente movimento degli arti, compì l’ultimo passo che lo separava dall’armadio. In quel momento le voci cessarono, le mani si chiusero ad artiglio afferrando il ragazzo e trascinandolo dentro in un lampo.
La porta si chiuse con un tonfo. Lo spostamento d’aria spense nuovamente la candela.
Qualche giorno dopo, la notizia dei ragazzi scomparsi fece il giro della città ed una spedizione di volontari entrò a cercarli in quella casa. Dentro l’armadio di una camera da letto, furono trovati ammassati cinque corpi. I volti erano irriconoscibili, ogni centimetro di carne era stata scorticata, come da artigli di animale. I soccorritori si accorsero che uno dei ragazzi, che riconobbero come Andrea, era ancora in vita. Venne portato di urgenza in ospedale. Nei mesi che passarono venne curato nelle carne ma mai, purtroppo, nello spirito. Ad oggi è in cura presso l’ospedale psichiatrico della zona, ed è stato lui, durante i suoi rari momenti di lucidità, che mi ha aiutato nel ricostruire tutta la strana vicenda.
La scuola è finita, le serate con gli amici diventano più lunghe e tornare presto la sera, da tempo non è più un problema.
Alcuni credono fu l’apatia, altri pensano ad un banale pretesto per restar solo con le ragazze, a far balenare nella mente di Stefano quella strana idea. I quattro ragazzi, seduti davanti alle loro birre, ascoltavano affascinati la proposta dell’amico.
L’idea: passare la notte in una villa abbandonata appena fuori città. E’ conosciuta da quelle parti, la gente del posto evita persino di passarci davanti, quando i bambini chiedono ai genitori di quella casa, loro cambiano puntualmente discorso.
Stefano raccontava come durante alcune ricerche in biblioteca, si era imbattuto in un articolo di cronaca dei primi anni 20; oggetto erano le misteriose vicende accadute in quella casa. Vi abitava una famiglia benestante ma sfortunata. La figlia non era nata, diciamo, del tutto normale. La bambina doveva essere continuamente seguita, i suoi problemi necessitavano di continue cure ed attenzioni. La vita dei genitori divenne presto un vero e proprio inferno. Durante le notti la figlia diveniva preda di violenti attacchi isterici, le sue grida lancinanti terminavano solo il mattino e spesso, di notte, accadevano fenomeni inspiegabili. I genitori si vedevano costretti a legarle mani e piedi al letto, per evitare che si facesse male da sola. Si racconta come una volta venne trovata a terra esangue, si era procurata, usando le sole unghie della mani, alcune profonde ferite allo stomaco con l’idea di fare uscire qualcosa che, diceva, albergava dentro di lei.
La piccola passava da un istituto all’altro ma i medici si rifiutavano di procedere in cure che non davano alcun effetto. Disperati i genitori chiesero aiuto alla chiesa, ma anche l’intervento di un prete venuto appositamente da Roma fu vano. Dopo un giorno e una notte di preghiere, ne uscì preso da uno stato confusionale, venne ricoverato in ospedale e la diagnosi fu: demenza senile fulminate.
Tutto ebbe fine quando una notte, i due genitori, presi dalla disperazione, rinchiusero la bambina dentro l’armadio della camera da letto; fatto ciò, appiccarono fuoco alla casa. Quando i pompieri misero fine all’incendio, trovarono il corpo orribilmente ustionato della bambina: era ancora viva. Nella porta chiusa a chiave, si potevano vedere conficcate nel legno le sue unghie, perse durante il vano tentativo di fuga. La bambina morì durante il trasporto in ospedale. Il tempestivo intervento dei pompieri permise alla polizia di rivelare il piano dei genitori. Vennero accusati di omicidio e messi in carcere. Tuttavia, non vi restarono che una notte, la mattina entrambi i corpi vennero trovati completamente carbonizzati. Gli inquirenti archiviarono il caso come rarissimo fenomeno di autocombustione.
Tutti erano presi dall’iniziativa, tranne Andrea, che del gruppo era l’anima debole, di carattere non particolarmente avvezzo alla libido del rischio e spesso schernito per tale motivo. Non credo per i convincimenti degli amici, forse più per la presenza di Raffaella, deglutendo una grossa quantità di saliva, anche Andrea proclamò il suo “Si, ci sto!”.
Prese le biciclette ed armati di torcia elettrica, in pochi minuti arrivarono a destinazione.
La casa era una di quelle ville padronali. Grandi sale si aprivano al piano terra mentre un ampio scalone centrale conduceva a lunghi corridoi pieni di stanze posti al piano superiore. I segni dell’incendio erano ancora evidenti, le pareti annerite dalla fuliggine, ma la struttura restava solida.
Immersi nel silenzio della campagna, i ragazzi con lo sguardo volto verso l’alto, osservavano il fronte principale della casa. Tutti restavano in silenzio. Raffaella spostava il cerchio luminoso prodotto dalla sua torcia elettrica, passando da finestre in finestra ammirandone i decori. All’improvviso il silenzio venne rotto da un grido acuto, Raffaella si era appena stretta in un abbraccio a Claudio. Le era parso di scorgere una figura nera affacciarsi furtivamente alla finestra per poi sparire un attimo dopo. Gli amici scoppiarono in una grossa risata, forse per mascherare quel poco di paura che si stava insinuando nei loro cuori. Andrea cercò di farsi forza, e per acquistare il consenso degli amici, iniziò a burlarsi di Raffaella sostenendo che si trattava solo di suggestione. Claudio diede man forte nello scherno, mentre Elena e Stefano cercavano di dar coraggio alla ragazza.
Entrarono. Il salone centrale era rimasto intatto, come gran parte del piano terra, l’incendio si era propagato principalmente nelle stanze da letto poste al piano superiore. Passarono in un secondo salotto, più piccolo del precedente ma con il mobilio perfettamente conservato da bianchi lenzuoli che lo proteggevano dalla polvere. Elena e Stefano ne fecero la loro alcova, spingendo a forza gli indesiderati fuori dalla stanza.
Claudio propose ai due amici rimasti di visitare il piano superiore, nell'intento, forse, di trovare la stanza dove era stata rinchiusa la bambina. Raffaella si mostrò entusiasta, Andrea meno. Iniziò ad illustrare come l’edificio potesse essere pericolante, ma quando Raffaella propose a Claudio di andare soli, subito cambiò idea e si unì al gruppo. Arrivarono in un lungo corridoio. Una serie di stanze si aprivano ai lati su due lunghe pareti dove la fuliggine lasciava intravedere una carta da parati avvizzita dall’umidità. Le torce elettriche illuminavano il fondo del corridoio, si intravedeva una porta dove la pittura, probabilmente una lacca, si era scomposta in tanti riccioli che alla luce della torcia parevano artigli. Forse proprio la stanza che stavano cercando. Qualche scricchiolio accompagnava i passi dei tre amici, stretti nella lenta passeggiata lungo il corridoio.
Prima udirono un sibilo acuto, poi, d’un tratto, tutte e tre le torce elettriche si spensero, lasciando al buoi i tre sventurati. Claudio se la prese con Andrea per non aver controllato le batterie, Andrea con Claudio per averlo trascinato in quel luogo. Mentre i due litigavano, Raffaella con l'orecchio teso li intimò di zittire. In fondo al corridoio si udì uno stridio, come i cardini di una vecchia porta che da tempo non viene aperta, rumore seguito da un strano strascicare di passi che volgevano lentamente nella loro direzione. Con il cuore stretto in gola: “Stefano? Elena?” gridarono i tre; unica risposta fu un attimo di silenzio seguito da alcuni rantoli, poi una voce, rauca ma distinguibile: “venite a giocare con me?”. Claudio impietrito dal panico cercava affannosamente di riaccendere la torcia, mentre quella “cosa”, che nel suo movimento disarticolato ricordava quello del ragno, si stava lentamente avvicinando. La paura prese il sopravvento ed i tre si misero a correre alla cieca, fuggendo in diverse direzioni.
Andrea trovò rifugio in una delle tante stanze, serrò la porta con due giri di chiave. Rimase per qualche attimo con la schiena appoggiata alla porta. Il respiro era diventato corto, l’adrenalina aveva consumato quasi tutto il suo ossigeno. Appena ripreso fiato, cercò di cacciare dalla mente l’immagine che aveva intravisto nella penombra, una creatura strisciante di forma umana, il viso coperto da sporadiche ciocche di capelli neri. Presa una candela poggiata su di un tavolo, la accese con alcuni fiammiferi che portava in tasca. Si guardò intorno, la stanza era piuttosto grande, un letto era posto al centro e dai quattro angoli pendevano fasce di corda che terminavano con fibbie metalliche. Pupazzi e bambole, coperti di muffa e ragnatele orlavano le quattro pareti, ed una vetro rotto incorniciava una fotografia che raffigurava due persone: la donna teneva alle braccia un infante. Si trovava nella stanza della bambina, poteva con la coda dell’occhio vedere l’armadio in lacca color rosa, dove era stata rinchiusa. Con un movimento rapido si affacciò alla finestra, presto si rese conto che data l’altezza non vi era alcuna possibilità di fuga. Osservando la luce del lampione sulla strada, si accorse che delle cinque biciclette non ve ne era più rimasta nemmeno l’ombra. La prima cosa che gli balenò nella mente, fu quella di essere rimasto solo mentre tutti i suoi amici si erano dati alla fuga; tuttavia, questo non spiegava la mancanza della propria bicicletta. Il silenzio fu rotto da alcuni rumori fuori dalla stanza, sembrava che qualcuno lo stesse cercando. Con l’orecchio poggiato sulla porta, Andrea capì che i rumori erano giunti esattamente lì davanti. Il panico aveva ottenebrato la ragione del ragazzo, il quale in un disperato tentativo di convincersi che tutto si trattava di uno scherzo, urlò a gran voce i nomi dei suoi compagni, nella speranza che fossero loro al di là della porta. I rumori cessarono di colpo, ed un lunghissimo minuto il silenzio fu rotto da una lieve risata; risata che repentinamente si trasformò in un ghigno dai suoni acuti e pungenti. Andrea si allontanò e nel panico spense la candela.
In quel momento la risata cessò, subito sostituita dal rumore di unghie che affannosamente stavano cercando di scalfire la porta. Andrea non vedeva che il buio e le sue orecchie udivano solamente le unghie che grattavano via via i vari strati del battente. Afferrati i fiammiferi cercò di domare il panico; doveva assolutamente riaccendere la candela. Dopo tre tentativi andati a vuoto, il quarto riuscì. Appena la luce della fiamma irradiò l'ambiente le unghie cessarono il loro lavoro. Andrea appoggiò a terra la candela, per rannicchiarsi in un angolo della stanza. Continuava a ripetere ossessivamente a se stesso che quello che stava vivendo non poteva essere vero.
Un tintinnio acuto lo distolse dai sui pensieri, quando si accorse che la chiave posta nella serratura dell’armadio era appena caduta ai suoi piedi probabilmente spinta dall’interno. I rantoli ripresero, ma questa volta provenivano dall’interno dell’armadio. Con un leggero scricchiolio la porta dell’armadio si schiuse.
Fu a quel punto che iniziarono le voci, voci flebili, vellutate, erano le voci dei suoi amici che lo stavano chiamando. Le voci provenivano esattamente dall’interno dell’armadio. Dalla fessura appena aperta si videro uscire alcune dita che divennero mani, poi braccia. Mani e voci lo chiamavano, dicevano che si trattava di uno scherzo, che era tutto finito. Andrea, con la mente ormai sconvolta dalla paura, cercava a tentoni di avvicinarsi all’armadio, mentre ad ogni passo chiedeva:“siete voi?”. Ormai ipnotizzato dal suadente movimento degli arti, compì l’ultimo passo che lo separava dall’armadio. In quel momento le voci cessarono, le mani si chiusero ad artiglio afferrando il ragazzo e trascinandolo dentro in un lampo.
La porta si chiuse con un tonfo. Lo spostamento d’aria spense nuovamente la candela.
Qualche giorno dopo, la notizia dei ragazzi scomparsi fece il giro della città ed una spedizione di volontari entrò a cercarli in quella casa. Dentro l’armadio di una camera da letto, furono trovati ammassati cinque corpi. I volti erano irriconoscibili, ogni centimetro di carne era stata scorticata, come da artigli di animale. I soccorritori si accorsero che uno dei ragazzi, che riconobbero come Andrea, era ancora in vita. Venne portato di urgenza in ospedale. Nei mesi che passarono venne curato nelle carne ma mai, purtroppo, nello spirito. Ad oggi è in cura presso l’ospedale psichiatrico della zona, ed è stato lui, durante i suoi rari momenti di lucidità, che mi ha aiutato nel ricostruire tutta la strana vicenda.
Ed ecco l'improvvisazione direttamente sul web! Allarghiamo i nostri confini! Proviamoci! Ce la possiamo fare!

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