venerdì, dicembre 28, 2007

Il sogno di una vita


Giada riesce ad essere assunta come responsabile del reparto brevetti di una delle ditte farmaceutiche più illustri della zona: la Nordian Society & C. Sogno realizzato di una vita, crede che meglio di così non le possa andare, un marito presente, due figli meravigliosi ed il lavoro sognato da una vita.Quando un giorno assiste a qualcosa che la lascerà sconvolta. Aveva preso l'abitudine ormai da pochi mesi di fare qualche ora di straordinario per riuscire a concludere un importante brevetto che stava molto a cuore all'azienda. Erano ormai le otto e stava indossando il cappotto quando sente dei rumori provenire dal corridoio. Si ferma per sentire meglio ma torna il silenzio. Poco dopo aver preso la borsa e cercato le chiavi dell'auto, ormai vicina all'ascensore sente ancora dei rumori e questa volta sente chiaramente che si tratta di due persone che parlano molto animatamente. Inspiegabilmente curiosa si avvicina all'ufficio del suo collega John dal quale si vedeva un filo di luce, nel momento in cui stava per aprire la porta questa si chiude di scatto e dalla sua bocca esce un tremulo grido di sorpresa. Spaventata corre all'ascensore e poi alla macchina, esce dal parcheggio sotterraneo dell'azienda e più spedita del solito arriva a casa. Spenta l'auto rimane con lo sguardo perso nel vuoto, concentrata nel ricordare cosa aveva visto poco prima che la porta si chiudesse, il braccialetto con un angioletto come ciondolo al polso di una donna che pareva legata ad una sedia e l'ombra di qualcuno che velocemente ha chiuso la porta. Dopo un po' di notti insonni, causa la somma di alcuni accadimenti: l'articolo di giornale dove si denunciava la scomparsa di una ragazza che lavorava per la NC & C. e la negazione da parte di alcuni dirigenti di essere a conoscenza di una simile cosa, e l'insolita atmosfera tranquilla e pacifica di tutti i colleghi riesce quasi a scordarsene ma proprio la sera della fine della progettazione del brevetto, poco prima di uscire John le chiede di festeggiare, almeno brindare, per il successo raggiunto e lei un po' per educazione e un po' per timore –ricordandosi che era proprio il suo ufficio quello da dove aveva sentito provenire quei rumori – accetta. Non sapeva che da lì a poco sarebbe successo l'orrore. Camminavo nel corridoio per raggiungere l'ascensore quando la luce viene meno. Nel buio John tappa la bocca a Giada e serrandole le braccia la trascina nel suo ufficio. Spaventata la donna cerca di urlare ma un colpo alla testa la fa cadere e perdere i sensi. Quando si risveglia si ritrova nel parcheggio sotterraneo seduta e legata, all'inizio non riesce bene a capire, sente dei passi, vorrebbe girarsi ma è bloccata. La luce dei neon va e viene e appena Jonh appare nel suo campo visivo tenta di urlare ma lui si avvicina molto minacciosamente e con una siringa in mano le dice che è meglio se rimane in silenzio. Lì John incomincia a spiegare questo gesto. A parlare della sua ossessione ed a far emergere l'invidia che lui prova per ogni collega che si dimostra più in gamba di lui. Quando lei in lacrime prova a convincerlo del contrario lui si arrabbia ancora di più e la prende a schiaffi. L'agitazione fa saltare fuori una catenina d'oro che Jonh portava al collo e lì Giada rimane impietrita perché vede l'angioletto che lo scorso mese aveva intravisto dalla porta. In un attimo di lucidità capisce tutto e capisce che è stato lui a far sparire quella ragazza. Con scaltrezza riesce a far allontanare Jonh ed a liberarsi. Jonh se ne accorge troppo tardi quando ormai giada aveva iniziato a correre verso l'uscita. Sente Jonh dietro di sè, troppo vicino. La maniglia non le è sembrata mai oggetto più bello quando arriva e prova ad aprire. In quel momento si sente uno sparo. Girandosi si scatto Giada vede il titolare dell'azienda con la pistola in mano, il signor Brown, a terra il corpo di John. Una sirena della polizia riempie l'aria del suo rumore. E' finita. Giada scoprirà poi perché il signor Brown la salvò e perchè da lì a qualche giorno in cella si tolse la vita. Un brevetto segreto riusciva a trasformare le persone in perfetti omicidi. L'esperimento però era uscito di controllo quando si notò che l'effetto collaterale era la totale perdita di controllo della cavia.
Sperava che in quella siringa, che si era conficcata nella sua gamba poco prima che Jonh cadesse, non ci fosse proprio quella condanna a morte.



Ecco il mio racconto! Lascio anche le correzioni di antonio così cip ossono dar eunamano a svilpuppare meglio il tutto:



1. non svelerei subito che il primo omicidio ha luogo nell’ufficio di John… magari lo metterei in un posto neutro (che so, il bagno, uno spazio comune…)… l’ironia drammatica, in questo caso, non è del tutto efficace e ti dico perché: nella tua versione lo spettatore e i personaggi hanno le stesse informazioni (Giada e lo spettatore sanno che sta succedendo qualcosa nell’ufficio di John… né Giada né lo spettatore sanno se effettivamente è lui, nel suo ufficio)… Oppure lavora molto sul rapporto tra Giada e John prima e dopo l’accaduto… o sul cambiamento di Giada nei confronti di John e sul conflitto di Giada (volontà di nascondere, a fatica, la diffidenza e la paura nei confronti di John)
2. ed è piuttosto collegato all’ 1.: la sorpresa finale è un po’ troppo sorpresa… metterei un piccolo elemento per “prepararla” (che so, una telefonata o un colloquio del capo con John o con qualcun altro, da cui si arguisce, anche in maniera non del tutto determinata, che John si sta sottoponendo o si sottoporrà a una sperimentazione…)

giovedì, dicembre 20, 2007

Un armadio di lacca rosa

il racconto è tratto da fatti realmente accaduti, i nomi delle persone e dei luoghi sono stati cambiati.

Le serate estive al bar sono spesso una noia, soprattutto in una città nel bel mezzo della pianura padana, troppo lontana dal mare in estate e dalla montagna in inverno.
La scuola è finita, le serate con gli amici diventano più lunghe e tornare presto la sera, da tempo non è più un problema.
Alcuni credono fu l’apatia, altri pensano ad un banale pretesto per restar solo con le ragazze, a far balenare nella mente di Stefano quella strana idea. I quattro ragazzi, seduti davanti alle loro birre, ascoltavano affascinati la proposta dell’amico.
L’idea: passare la notte in una villa abbandonata appena fuori città. E’ conosciuta da quelle parti, la gente del posto evita persino di passarci davanti, quando i bambini chiedono ai genitori di quella casa, loro cambiano puntualmente discorso.
Stefano raccontava come durante alcune ricerche in biblioteca, si era imbattuto in un articolo di cronaca dei primi anni 20; oggetto erano le misteriose vicende accadute in quella casa. Vi abitava una famiglia benestante ma sfortunata. La figlia non era nata, diciamo, del tutto normale. La bambina doveva essere continuamente seguita, i suoi problemi necessitavano di continue cure ed attenzioni. La vita dei genitori divenne presto un vero e proprio inferno. Durante le notti la figlia diveniva preda di violenti attacchi isterici, le sue grida lancinanti terminavano solo il mattino e spesso, di notte, accadevano fenomeni inspiegabili. I genitori si vedevano costretti a legarle mani e piedi al letto, per evitare che si facesse male da sola. Si racconta come una volta venne trovata a terra esangue, si era procurata, usando le sole unghie della mani, alcune profonde ferite allo stomaco con l’idea di fare uscire qualcosa che, diceva, albergava dentro di lei.
La piccola passava da un istituto all’altro ma i medici si rifiutavano di procedere in cure che non davano alcun effetto. Disperati i genitori chiesero aiuto alla chiesa, ma anche l’intervento di un prete venuto appositamente da Roma fu vano. Dopo un giorno e una notte di preghiere, ne uscì preso da uno stato confusionale, venne ricoverato in ospedale e la diagnosi fu: demenza senile fulminate.
Tutto ebbe fine quando una notte, i due genitori, presi dalla disperazione, rinchiusero la bambina dentro l’armadio della camera da letto; fatto ciò, appiccarono fuoco alla casa. Quando i pompieri misero fine all’incendio, trovarono il corpo orribilmente ustionato della bambina: era ancora viva. Nella porta chiusa a chiave, si potevano vedere conficcate nel legno le sue unghie, perse durante il vano tentativo di fuga. La bambina morì durante il trasporto in ospedale. Il tempestivo intervento dei pompieri permise alla polizia di rivelare il piano dei genitori. Vennero accusati di omicidio e messi in carcere. Tuttavia, non vi restarono che una notte, la mattina entrambi i corpi vennero trovati completamente carbonizzati. Gli inquirenti archiviarono il caso come rarissimo fenomeno di autocombustione.
Tutti erano presi dall’iniziativa, tranne Andrea, che del gruppo era l’anima debole, di carattere non particolarmente avvezzo alla libido del rischio e spesso schernito per tale motivo. Non credo per i convincimenti degli amici, forse più per la presenza di Raffaella, deglutendo una grossa quantità di saliva, anche Andrea proclamò il suo “Si, ci sto!”.
Prese le biciclette ed armati di torcia elettrica, in pochi minuti arrivarono a destinazione.
La casa era una di quelle ville padronali. Grandi sale si aprivano al piano terra mentre un ampio scalone centrale conduceva a lunghi corridoi pieni di stanze posti al piano superiore. I segni dell’incendio erano ancora evidenti, le pareti annerite dalla fuliggine, ma la struttura restava solida.
Immersi nel silenzio della campagna, i ragazzi con lo sguardo volto verso l’alto, osservavano il fronte principale della casa. Tutti restavano in silenzio. Raffaella spostava il cerchio luminoso prodotto dalla sua torcia elettrica, passando da finestre in finestra ammirandone i decori. All’improvviso il silenzio venne rotto da un grido acuto, Raffaella si era appena stretta in un abbraccio a Claudio. Le era parso di scorgere una figura nera affacciarsi furtivamente alla finestra per poi sparire un attimo dopo. Gli amici scoppiarono in una grossa risata, forse per mascherare quel poco di paura che si stava insinuando nei loro cuori. Andrea cercò di farsi forza, e per acquistare il consenso degli amici, iniziò a burlarsi di Raffaella sostenendo che si trattava solo di suggestione. Claudio diede man forte nello scherno, mentre Elena e Stefano cercavano di dar coraggio alla ragazza.
Entrarono. Il salone centrale era rimasto intatto, come gran parte del piano terra, l’incendio si era propagato principalmente nelle stanze da letto poste al piano superiore. Passarono in un secondo salotto, più piccolo del precedente ma con il mobilio perfettamente conservato da bianchi lenzuoli che lo proteggevano dalla polvere. Elena e Stefano ne fecero la loro alcova, spingendo a forza gli indesiderati fuori dalla stanza.
Claudio propose ai due amici rimasti di visitare il piano superiore, nell'intento, forse, di trovare la stanza dove era stata rinchiusa la bambina. Raffaella si mostrò entusiasta, Andrea meno. Iniziò ad illustrare come l’edificio potesse essere pericolante, ma quando Raffaella propose a Claudio di andare soli, subito cambiò idea e si unì al gruppo. Arrivarono in un lungo corridoio. Una serie di stanze si aprivano ai lati su due lunghe pareti dove la fuliggine lasciava intravedere una carta da parati avvizzita dall’umidità. Le torce elettriche illuminavano il fondo del corridoio, si intravedeva una porta dove la pittura, probabilmente una lacca, si era scomposta in tanti riccioli che alla luce della torcia parevano artigli. Forse proprio la stanza che stavano cercando. Qualche scricchiolio accompagnava i passi dei tre amici, stretti nella lenta passeggiata lungo il corridoio.
Prima udirono un sibilo acuto, poi, d’un tratto, tutte e tre le torce elettriche si spensero, lasciando al buoi i tre sventurati. Claudio se la prese con Andrea per non aver controllato le batterie, Andrea con Claudio per averlo trascinato in quel luogo. Mentre i due litigavano, Raffaella con l'orecchio teso li intimò di zittire. In fondo al corridoio si udì uno stridio, come i cardini di una vecchia porta che da tempo non viene aperta, rumore seguito da un strano strascicare di passi che volgevano lentamente nella loro direzione. Con il cuore stretto in gola: “Stefano? Elena?” gridarono i tre; unica risposta fu un attimo di silenzio seguito da alcuni rantoli, poi una voce, rauca ma distinguibile: “venite a giocare con me?”. Claudio impietrito dal panico cercava affannosamente di riaccendere la torcia, mentre quella “cosa”, che nel suo movimento disarticolato ricordava quello del ragno, si stava lentamente avvicinando. La paura prese il sopravvento ed i tre si misero a correre alla cieca, fuggendo in diverse direzioni.
Andrea trovò rifugio in una delle tante stanze, serrò la porta con due giri di chiave. Rimase per qualche attimo con la schiena appoggiata alla porta. Il respiro era diventato corto, l’adrenalina aveva consumato quasi tutto il suo ossigeno. Appena ripreso fiato, cercò di cacciare dalla mente l’immagine che aveva intravisto nella penombra, una creatura strisciante di forma umana, il viso coperto da sporadiche ciocche di capelli neri. Presa una candela poggiata su di un tavolo, la accese con alcuni fiammiferi che portava in tasca. Si guardò intorno, la stanza era piuttosto grande, un letto era posto al centro e dai quattro angoli pendevano fasce di corda che terminavano con fibbie metalliche. Pupazzi e bambole, coperti di muffa e ragnatele orlavano le quattro pareti, ed una vetro rotto incorniciava una fotografia che raffigurava due persone: la donna teneva alle braccia un infante. Si trovava nella stanza della bambina, poteva con la coda dell’occhio vedere l’armadio in lacca color rosa, dove era stata rinchiusa. Con un movimento rapido si affacciò alla finestra, presto si rese conto che data l’altezza non vi era alcuna possibilità di fuga. Osservando la luce del lampione sulla strada, si accorse che delle cinque biciclette non ve ne era più rimasta nemmeno l’ombra. La prima cosa che gli balenò nella mente, fu quella di essere rimasto solo mentre tutti i suoi amici si erano dati alla fuga; tuttavia, questo non spiegava la mancanza della propria bicicletta. Il silenzio fu rotto da alcuni rumori fuori dalla stanza, sembrava che qualcuno lo stesse cercando. Con l’orecchio poggiato sulla porta, Andrea capì che i rumori erano giunti esattamente lì davanti. Il panico aveva ottenebrato la ragione del ragazzo, il quale in un disperato tentativo di convincersi che tutto si trattava di uno scherzo, urlò a gran voce i nomi dei suoi compagni, nella speranza che fossero loro al di là della porta. I rumori cessarono di colpo, ed un lunghissimo minuto il silenzio fu rotto da una lieve risata; risata che repentinamente si trasformò in un ghigno dai suoni acuti e pungenti. Andrea si allontanò e nel panico spense la candela.
In quel momento la risata cessò, subito sostituita dal rumore di unghie che affannosamente stavano cercando di scalfire la porta. Andrea non vedeva che il buio e le sue orecchie udivano solamente le unghie che grattavano via via i vari strati del battente. Afferrati i fiammiferi cercò di domare il panico; doveva assolutamente riaccendere la candela. Dopo tre tentativi andati a vuoto, il quarto riuscì. Appena la luce della fiamma irradiò l'ambiente le unghie cessarono il loro lavoro. Andrea appoggiò a terra la candela, per rannicchiarsi in un angolo della stanza. Continuava a ripetere ossessivamente a se stesso che quello che stava vivendo non poteva essere vero.
Un tintinnio acuto lo distolse dai sui pensieri, quando si accorse che la chiave posta nella serratura dell’armadio era appena caduta ai suoi piedi probabilmente spinta dall’interno. I rantoli ripresero, ma questa volta provenivano dall’interno dell’armadio. Con un leggero scricchiolio la porta dell’armadio si schiuse.
Fu a quel punto che iniziarono le voci, voci flebili, vellutate, erano le voci dei suoi amici che lo stavano chiamando. Le voci provenivano esattamente dall’interno dell’armadio. Dalla fessura appena aperta si videro uscire alcune dita che divennero mani, poi braccia. Mani e voci lo chiamavano, dicevano che si trattava di uno scherzo, che era tutto finito. Andrea, con la mente ormai sconvolta dalla paura, cercava a tentoni di avvicinarsi all’armadio, mentre ad ogni passo chiedeva:“siete voi?”. Ormai ipnotizzato dal suadente movimento degli arti, compì l’ultimo passo che lo separava dall’armadio. In quel momento le voci cessarono, le mani si chiusero ad artiglio afferrando il ragazzo e trascinandolo dentro in un lampo.
La porta si chiuse con un tonfo. Lo spostamento d’aria spense nuovamente la candela.
Qualche giorno dopo, la notizia dei ragazzi scomparsi fece il giro della città ed una spedizione di volontari entrò a cercarli in quella casa. Dentro l’armadio di una camera da letto, furono trovati ammassati cinque corpi. I volti erano irriconoscibili, ogni centimetro di carne era stata scorticata, come da artigli di animale. I soccorritori si accorsero che uno dei ragazzi, che riconobbero come Andrea, era ancora in vita. Venne portato di urgenza in ospedale. Nei mesi che passarono venne curato nelle carne ma mai, purtroppo, nello spirito. Ad oggi è in cura presso l’ospedale psichiatrico della zona, ed è stato lui, durante i suoi rari momenti di lucidità, che mi ha aiutato nel ricostruire tutta la strana vicenda.

Il quadro



Rimase a guardare il quadro per più di quattro ore fino a che, all’ora di chiusura nessun altro era rimasto all’interno della sala rossa. Veruska Lastova lo raggiunse nella sala nel momento esatto in cui la lancetta delle ore scandiva le otto di sera. Senza dire una parola si avvicinò allo strano visitatore e cominciò anche lei ad osservare il quadro per qualche minuto poi:
- Le piace? – chiese lei
- Incantevole – rispose lui con tono garbato senza distogliere gli occhi dal dipinto
- E’ un Krokov,
- Lo so. E’ un quadro del 1971. L’ultimo dell’autore per la precisione. Veruska guardò stupita il suo interlocutore. L’uomo emanava un fascino ambiguo, era elegante, raffinato, sulla cinquantina, dall’apparenza molto ricco, sguardo profondo e attento come se riuscisse a vedere qualcosa di concreto al di là della tela. Seppure non vi fosse nulla di concreto che potesse apertamente giustificare le strane sensazioni che suscitava in lei quell’uomo, un’aurea sinistra sembrava circondarlo. Era andata lì per ricordargli che era l’ora della chiusura ma non potè resistere dallo scoprire chi fosse.
- Da quel che capisco, lei è un intenditore
-
Ah no no, mi diletto solamente nel tempo libero. – disse l’uomo senza girare il capo verso la sua interlocutrice e continuando a scrutare il quadro
- Lei sa signorina che Krokov dipinse questo quadro in un sottoscala di rue de la Monteparnasse a Parigi in una fredda sera di novembre?
- Sì, lo sapevo. Si dice che Krokov si rifugiò a Parigi dopo essere fuggito dal regime comunista rumeno ma che là, non trovò mai fortuna e morì di una strana morte. Scoprirono il suo cadavere solo molti giorni dopo il suo decesso. Davvero un peccato, così giovane e con una così grande mente…
- In realtà non si scoprì mai la causa della morte – la interruppe lui
- I giornali dell’epoca parlarono di uno strano caso di colera – ribattè quasi seccata Veruska
- Sciocchezze! Morire di colera a Parigi nel 1971, ma le sembra mai possibile? – disse l’uomo senza nascondere un sorriso di scherno. – e poi signorina le condizioni in cui trovarono il cadavere erano tali per cui sarebbe stato impossibile ipotizzare una morte per colera. La versione del colera fu data in pasto ai quotidiani per evitare di impaurire la popolazione –
- Impaurire per che cosa? –
- Ma che vi fosse un pazzo maniaco in circolazione no?
Veruska rimase interdetta, quel dialogo l’impauriva e l’irritava allo stesso tempo. Era impaurita perché la sua sensazione iniziale su quell’uomo stava aumentando ed era irritata perché non era ancora riuscita a capire chi fosse colui che le stava di fronte. L’uomo riprese a parlare:
-
La realtà è che Krokov morì subito dopo aver terminato questo quadro lacerato nell’anima e dall’orrore di quanto aveva creato. Si strappò prima gli occhi con le sue stesse dita e poi si spaccò la testa contro una parete fino a che il suo cervello non fuoriuscì schizzando il pavimento e le pareti. Una fine orrenda. Veruska si era raggelata. Con timidezza chiese:
- E lei come fa a saperlo?
L’uomo rise piano e poi rispose:
- Ero là
Per la prima volta l’uomo distolse lo sguardo dal quadro e si girò verso Veruska, la quale come travolta da una spinta fece un passo indietro dalla paura.
- Ehmm… interessante… certo… molto d’effetto devo dire…. Comunque si è fatto tardi, è ora di uscire
L’uomo fece un passo verso di lei, lei indietreggiò. Si avvicinò ancora mentre la donna immobilizzata dalla paura tremava come una foglia. L’uomo alzò lentamente la mano destra verso il viso di Veruska mostrando un coltello affilato. Come morsa da una tarantola sembrava impossibile per lei muoversi ma era lucida, terrebilmente lucida. L’uomo avvicinò la lama alla sua gola e cominciò ad aumentare la pressione piano piano.
- Veruska, Veruska!
Di colpo entrò nella stanza il portiere dello stabile.
- Veruska sono quasi le dieci, devo assoluamente chiudere! Mia moglie mi aspetta per cena! Sarà imbestialita!
Il portiere si avvicinò ai due, Veruska sentì di essere in salvo.
- Oh, Johnatan, che bello vederti
Ma non fece in tempo a finire la frase che Johnatan si trovava già in prossimità dei due con un coltello conficcato in gola. Lo sconosciuto era stato così veloce che il portiere non riuscì a proferire parola. Con un gesto netto l’uomo sfilò il coltello dalla gola del cadavere e lo lasciò cadere al suolo come un sacco pieno di terra. Veruska urlò terrorizzata e cercò di correre via sgusciando tra le braccia dello sconosciuto che si interponeva tra lei e l’uscita. L’assassino però riuscì a tenerla agevolmente grazie ad una forza notevolmente superiore a quella di lei. Veruska cominciò a piangere e a dimenarsi.
- Sssss… è inutile urlare, sai benissimo che qui non può sentirci nessuno!
-
Ma chi sei?
- Io sono Krokov!
Ci fu un brevissimo istante di silenzio.
- Krokov? Ma ma ma Krokov è morto!
- Povera stupida! Io morto! Ahah ahah
- Ed allora l’uomo senza occhi? Quello che si distrusse il cranio contro il muro?
- Quello era solo un povero barbone disgraziato, un povero idiota senza cervello che ho sfigurato solo per far credere che ero morto!
Veruska era assolutamente terrorizzata, provava a dimenarsi ma Krokov la teneva saldamente a sé.
- Perché vuoi uccidermi?
- Perché devo completare il mio quadro!
- Il quadro? Ma che dici!? Come è possibile?
- Sai qual è il titolo di questo quadro?
- La la scena del delitto!
- Brava!
- E sai perché è famoso?
- Ppp perché l’osservatore vede solo sangue e si immagina di essere sulla scena di un delitto
- Brava… quasi esatto!
- Quasi?
- L’osservatore E’ sulla scena di un delitto!

Krokov terminò la sua opera nel silenzio della notte. Rimase a guardare il tutto per ore, poi, poco prima dell’alba, lasciò la stanza senza lasciare segni.


Immagine tratta da http://lassassino.ilcannocchiale.it/